La sede
La struttura che da secoli occupa l’isolotto di Megaride è stata oggetto, nel tempo, di molteplici trasformazioni, le cui tracce sono ancora oggi evidenti.
Unito al Castello dalla parte del mare, il Ramaglietto fu costruito sopra l’antico “ciglio del sole”, dove un tempo esistevano dei mulini a vento.
Il viceré Francesco Bonavides conte di Santo Stefano, alla fine del Seicento, ne ordinò la costruzione per difendere il castello dalle flotte nemiche.
Realizzato a più riprese tra il 1691 e il 1693, il fortino era in grado di contenere sino a sessanta pezzi di artiglieria, grazie alla sua notevole estensione verso il mare.
Dal Ramaglietto, attraverso un camminamento che fiancheggia il castello, si giunge all’arco naturale che in passato -aperto sul mare- identificava l’immagine dell’isolotto.
L’ arco, crollato durante il regno di Giovanna D’Angiò, fu ricostruito in muratura. La sua ampiezza è oggi leggibile all’interno della Sala Italia.
L’unica strada interna attraversa una delle torri ancora visibili, quella di Normandia, costruita per volere di Guglielmo il Malo a difesa del punto più vulnerabile dell’isolotto verso il mare.
La torre, su cui venivano issate le bandiere, poggia su archi in piperno e conserva tracce della merlatura guelfa, inglobata in un rialzamento successivo.

Superata la torre, si accede ad uno dei due edifici sacri dell’isolotto, la Chiesa del Salvatore, la cui parte rimasta integra, oggi ha un accesso laterale.
La struttura poggia su alte colonne in granito e capitelli di spoglio, di provenienza romana. All’ interno si conservano resti di affreschi tardo - bizantini.
Della chiesa di San Pietro, non resta alcuna traccia visibile, ma la presenza di luoghi di culto riporta alla memoria la destinazione religiosa dell’isolotto.
Del complesso monastico abitato da monaci basiliani prima e da suore dell’ordine di Santa Patrizia poi, restano i ‘romitori’, celle scavate nella roccia tufacea.
Uniti da un fitto percorso di cunicoli, sono stati riportati alla luce, nella loro interezza, agli inizi del Novecento. Alcune celle sono semplici cavità scavate nel tufo, altre hanno pareti in muratura e soffitto a volta, probabilmente utilizzate come altari.
In alcuni ambienti ci sono tracce di affreschi rudimentali, realizzati su un intonaco più accurato, oggi, quasi illeggibili. La cella maggiormente decorata è quella di Santa Patrizia.
Tra le più suggestive del Castello, la sala delle colonne deve il suo nome alle numerose colonne di spoglio riutilizzate nella struttura, poggiante su archi a sesto acuto.
I rocchi, con scanalature a spigolo vivo, sono chiaramente leggibili come parte di colonne di dimensioni maggiori e spiccano nel loro candore marmoreo in contrasto con il giallo del tufo.
Divisa in navate, la sala appare come la struttura di una chiesa, ma con molta probabilità era utilizzata per refettorio dei monaci.
I materiali di spoglio, variamente riutilizzati nelle differenti strutture del castello, richiamano alla mente la magnifica villa, edificata nel Primo secolo avanti Cristo dal Console romano Lucio Licinio Lucullo.
In prossimità del bastione d’ingresso vi è un ampio locale ricavato nel tufo, che nel corso dei secoli ha assunto il nome di “Carcere della Regina Giovanna”.
L’ambiente, oggi noto come Sala delle Prigioni , si compone di un ampio vano centrale, dal quale si irradiano corridoi che conducono alle finestre aperte sui fronti est e ovest del Castello.
Per l’ampiezza del locale e per la forma, è ipotizzabile l’origine come fortificazione del Castello. Successivamente, sotto la dominazione normanna, la Sala delle Prigioni venne impiegata per la custodia dei tesori e dei documenti, tra cui l’archivio segreto dello Stato.


