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Tematisma

Ceramica

Il percorso illustra i momenti significativi dell’evoluzione della ceramica e le principali tecniche di lavorazione applicate.

Aspetti Tecnici
La produzione di manufatti destinati alla cottura e alla consumazione del cibo utilizza sin dai tempi più antichi l’argilla (in greco κραμος), da cui lo stesso nome di "ceramica" che caratterizza l’insieme di questi oggetti. Questa, mescolata ad acqua e ad una serie di materie prime dalle proprietà leganti (calcare, ferro) o sgrassanti (quarzo), tali da conferire all’insieme plasticità e resistenza, viene lavorata inizialmente a mano, poi al tornio; tale strumento consisteva in un disco in pietra o legno fatto girare a mano (tornio lento) o mediante un pedale (tornio veloce), con il quale potere ottenere il corpo del vaso, al quale aggiungere poi eventuali anse o piede. I successivi procedimenti di decorazione incisa, impressa o dipinta, e le differenti procedure applicate durante la cottura (preceduta da essiccazione all’aria, ed effettuata in fornaci in argilla refrattaria composte da strutture a volta suddivise da un piano forato, su cui porre i vasi esponendoli così all’aria calda del focolare) determinano la creazione di prodotti ben differenziati, caratterizzanti periodi storici ed aree geografiche distinte, che vanno a definire determinate classi ceramiche.
Sviluppo storico ed evoluzione artistica
Quelle qui descritte sono le principali classi relative al territorio greco, magno - greco ed etrusco, in un orizzonte cronologico compreso tra l’età del Ferro (X - IX sec. a.C.) ed il primo ellenismo (III sec. a.C.), cui si affianca costantemente la produzione di anfore e contenitori di grosse dimensioni per il trasporto e la conservazione delle derrate, la ceramica da fuoco e quella comune da mensa.
Periodo protostorico
La fase protostorica, in particolare il villanoviano e l’Orientalizzante in area etrusco - italica, si caratterizza maggiormente per la produzione ceramica dell’ impasto. Il nome della classe deriva dall’utilizzo di un’argilla non depurata, lavorata a mano (successivamente anche al tornio) e tuttavia tale da esprimersi in manufatti sempre più raffinati, con superfici lucidate a stecca, decorazioni incise (a pettine, a rotella) o impresse (a cordicella, a stampo) di tipo geometrico, nonché applicazioni plastiche a soggetto umano o animale, tutte realizzate sul vaso ancora crudo. L’inserzione di lamelle metalliche ed il graffito vengono effettuati sul manufatto cotto. L’impasto, la cui presenza è pressoché totalizzante almeno fino alla metà dell’VIII sec. a.C., continua ad essere prodotto a lungo, talora imitando i modelli tipici delle classi ceramiche più prestigiose, in altri casi divenendo peculiare di manufatti meno preziosi, utilizzati per la cottura e la conservazione piuttosto che per la presentazione del cibo.
Nell’Italia meridionale dell’VIII sec. a.C. si diffonde, determinando presto fenomeni di imitazione con la nascita di botteghe locali, la ceramica geometrica, la cui produzione inizia in Grecia, caratterizzandosi arealmente già a fine II millennio a.C. I vasi sono in argilla depurata, realizzati al tornio, e si distinguono per la decorazione dipinta di motivi geometrici e lineari, a cui si affiancano nell’ultima fase stilizzazioni di animali e di figure umane, fino alla rappresentazione di scene complesse. La peculiarità è data inoltre dalla modularità dei motivi, disposti sul corpo del vaso secondo suddivisioni spaziali molto precise. I recipienti realizzati occupano un ruolo di prestigio nel contesto del banchetto, privilegiando quindi le forme relative al contenimento e al consumo di liquidi, quali crateri, oinochoai, e skyphoi. La produzione locale, che nasce nel terzo quarto dell’VIII sec. a.C. per proseguire oltre la metà del VII sec. a.C., viene identificata nelle classi, in base all’area di fabbricazione, della ceramica italo - geometrica e della ceramica etrusco - geometrica.
Civiltà greca; civiltà etrusca
Nella città di Corinto, come indica la sua denominazione nasce, nell’ultimo quarto dell’VIII sec. a.C., la ceramica proto-corinzia, diffondendosi rapidamente nel meridione della nostra penisola e monopolizzandone le importazioni per gran parte del VII sec. a.C., fino alla fine della produzione, che si può fissare attorno al 630 a.C. Si distingue per l’argilla molto depurata, chiara, lavorata al tornio, e per la decorazione dipinta a figure nere, che fonde il tipico repertorio geometrico lineare con motivi ornamentali di origine orientale, quali serie o coppie di animali affrontati disposti in un fregio lineare, separati da palmette e fiori di loto. Ad essi si aggiungono scene di lotta o teorie di figure umane. Le fasce decorate aumentano nel numero, così come compaiono leggere sovraddipinture in rosso, bianco, bruno, giallo. I prodotti proto-corinzi sono in genere di piccole dimensioni e legati alla sfera privata dell’individuo: le forme dell’aryballos e della pisside rimandano alla cura del corpo, quella della kotyle ancora al consumo "aristocratico" del vino. Il repertorio decorativo e la tecnica a figure nere sottolineate dalla linea di contorno proseguono nella ceramica corinzia, la cui produzione, dall’ultimo quarto del VII sec. a.C., termina alla metà del VI sec. a.C. Ai temi consueti delle teorie di animali e dei motivi vegetali utilizzati come riempimento (le rosette in particolare), si aggiungono grandi scene figurate: battaglie con file di combattenti, episodi mitologici e immagini tratte dalla sfera del banchetto o della danza, che abbandonano progressivamente la policromia delle sovraddipinture e che caratterizzano vasi di grandi dimensioni, olpai e crateri, di cui peculiare è quello a colonnette. Prosegue parallela la realizzazione di piccoli contenitori (tipici gli alabastra e gli aryballoi configurati) che danno luogo a una corrente di imitazione locale, definita nella classe della ceramica etrusco - corinzia, spesso connotata dal ritorno ad una decorazione lineare di grande semplicità. I suoi manufatti si diffondono intensamente, anche al di fuori dell’Italia, tra il 570 ed il 540 a.C. Parallelamente ai prodotti greci o di imitazione locale, l’area dell’Etruria avvia, nel VII e nel VI sec. a.C., la produzione del bucchero. Realizzato al tornio, ha la sua peculiarità nella compattezza del colore nero, in superficie ed in frattura, ottenuto mediante una cottura in atmosfera riducente. Il repertorio decorativo riprende quello geometrico e plastico dell’impasto (con il quale si crea un rapporto di reciproca influenza), arricchendolo di nuovi motivi, quali le decorazioni a fregio di ascendenza orientale, ottenute mediante l’impressione a cilindretto sul recipiente crudo, la tecnica del traforo (nelle anse in particolare) o l’inserzione di elementi impressi tratti dal mondo vegetale. In altri casi il bucchero si distingue per l’imitazione, nella forma e nella decorazione, dei vasi in metallo. Non a caso gli esemplari più diffusi sono costituiti da forme legate al consumo del vino, quali coppe, kantharoi ed oinochoai.
L’insieme delle correnti produttive che si diffondono nell’area del Mediterraneo per il periodo protostorico ed arcaico (tra la fine dell’VIII e il terzo quarto del VI sec. a.C.), è tuttavia molto più complesso dell’orizzonte appena definito. Restando entro i confini del mondo greco si ricordano, a titolo puramente esemplificativo: la ceramica greco - orientale delle botteghe di Samo, Chio, Rodi e Mileto, che offre singolari fregi di animali dipinti a silhouette, seguiti da raffinate decorazioni miniaturistiche, così come la ceramica laconica, che si caratterizza per uno stile puramente decorativo, poi vivacemente figurato, infine per la totale verniciatura in nero dei suoi prodotti; ancora, la produzione beotica, quella euboica e, naturalmente, un filone proto-attico (710 - 600 a.C.), che crea i presupposti per la corrente principale della produzione vascolare greca, quella della ceramica attica a figure nere e a figure rosse.
La ceramica attica a figure nere si sviluppa nel corso del VI sec. a.C., e ha il suo momento di massima fioritura poco dopo la metà di esso, terminando la sua produzione intorno al 480 a.C., con le forme delle lekythoi funerarie e delle anfore panatenaiche. Questo tipo di ceramica si distingue per il disegno tracciato a vernice direttamente sulla superficie del vaso prima della cottura (di tipo ossidante), che in seguito ad essa appare di un nero brillante su fondo ocra, a cui vengono applicate talvolta lumeggiature in bruno e in bianco. Il tema principale dell’apparato decorativo è la figura umana: dei, eroi, atleti vengono rappresentati attraverso il racconto degli episodi mitologici che li riguardano e delle loro gesta, con uno stile arcaicizzante nei particolari dei volti e dell’abbigliamento, dove il movimento è reso dalla posizione delle gambe e delle braccia. Le forme oggetto di questo stile sono quelle più utilizzate nel consumo del vino. Tra i principali artisti presenti nella realizzazione delle figure nere si ricordano Klitias, Ergotimos, Amasis ed Exekias. L’importazione di questo tipo di ceramica in area etrusca dà luogo a interessanti imitazioni locali, quali le hydriai ceretane (con influenze ioniche), i vasi "pontici", o la ceramica campana a figure nere. La ceramica attica a figure rosse viene invece prodotta in un periodo compreso tra il 530 ed il 320 a.C., con una vera affermazione tra la fine del VI e la prima metà del V sec. a.C. La tecnica utilizzata è una vera rivoluzione: il soggetto viene disegnato a risparmio, dipingendo interamente la superficie attorno ad esso e utilizzando tratti della stessa vernice per definire i particolari del volto o delle vesti, in assoluta bicromia. A cottura ultimata le figure risultano, per l’appunto, rosse. Tutto ciò consente una purezza di linee e una libertà espressiva mai verificati prima, che segnano il trionfo di questo stile. La figura umana è definitivamente protagonista, e appare in tutta la sua maestosità. I movimenti sono misurati e armoniosi, sottolineati dalla ricchezza del drappeggio. Le figure rosse si esprimono principalmente nelle forme legate al simposio, hydriai e kylikes in particolare. Tra i principali protagonisti dello stile si annoverano Andokides, Euphronios, Brygos, Polignoto, fino a Meidias ed al Pittore di Pronomos. Nell’ambito di questa corrente, singolare è la realizzazione delle lekythoi funerarie a fondo bianco, con colori tenui fissati sia prima che dopo la cottura del vaso. Le importazioni di ceramica attica figurata in Sicilia ed in Italia meridionale assumono particolare rilevanza nella seconda metà del V sec. a.C., in seguito alla fondazione, sotto il patrocinio ateniese, della colonia di Thurii (444 - 443 a.C.). Alcuni ceramisti attici iniziano la loro attività nella penisola, dando luogo a una produzione locale molto legata, in una fase iniziale, a forme, stile e repertorio figurativo della madrepatria. Si sviluppano così la ceramica proto-lucana e proto-apula. L’ambiente apulo vanta già, a partire dalla fine dell’VIII sec. a.C. e per tutto il periodo arcaico, una marcata peculiarità nelle forme e nelle decorazioni dei prodotti vascolari, distinta per le tre regioni della Daunia, Peucezia e Messapia. La prima di queste subisce con maggior intensità l’influsso della ceramica attica a figure rosse, dando origine in botteghe dapprima tarantine, successivamente concentrate nella città di Canosa, alla ceramica apula tra la fine del V ed il IV sec. a.C. Essa, su una base a figure rosse, presenta come tratto distintivo una vivace policromia, ottenuta mediante la sovraddipintura. La produzione di maggior impegno narrativo mostra rappresentazioni legate al mondo epico e ad avvenimenti storici, di grande complessità figurativa, che vengono dipinte su vasi di notevoli dimensioni, in particolare su crateri a volute. Non mancano le scene funerarie, ed appaiono progressivamente i temi del teatro e della danza (questi ultimi presenti fino al III sec. a.C.), tra elaborate scenografie. Si ricordano, tra i principali artisti apuli legati alla ceramica figurata il Pittore di Sisifo, il Pittore di Licurgo e il Pittore di Dario. Accanto a questi prodotti vi è lo sviluppo contemporaneo della ceramica di Gnathia, la cui massima espressione è nelle forme medio - piccole, caratterizzata dalla completa verniciatura in nero lucente e da un intenso decorativismo, dato dalle tipiche e minuziose sovraddipinture in bianco - giallognolo.
Civiltà greca ellenistica
In conseguenza alla sconfitta di Atene nella guerra del Peloponneso (404 a.C.), l’importazione di vasi attici nella penisola subisce un rallentamento, che determina l’intensificarsi e lo specializzarsi della produzione vascolare magno - greca. Caratteristica comune a tutte le correnti in essa presenti è la policromia, a cui si è già accennato, oltre che l’utilizzo di un’argilla più pallida, talvolta rivestita da un ingobbio rosa scuro o rosso, e di una vernice nera meno lucente. Ogni area mostra tuttavia i suoi tratti distintivi. Si sviluppano così, oltre alla ceramica lucana ed apula, la ceramica siceliota, quella campana e quella pestana, che vivono il loro periodo più intenso nel pieno IV sec a.C. La Campania presenta già, prima della metà del V sec. a.C. singolari creazioni che sviluppano in maniera del tutto personale la tecnica delle figure nere, a cui si aggiungono, tra il 450 ed il 430 a.C., i primi prodotti a figure rosse. Nel IV sec. a.C. la ceramica campana a figure rosse raggiunge una piena fioritura nei principali centri di produzione localizzati a Cuma, Avella e Capua. Imita con precisione i modelli attici a figure rosse del V sec. a.C., arricchendoli con una particolare policromia e con la presenza di forme strettamente locali, quali le situlae, accanto a quelle canoniche dei crateri, hydriae ed anfore. Tra i più noti ceramisti campani sono, a Capua, il Pittore di Issione, ed a Cuma il Pittore C. A. Altra peculiare corrente pittorica sviluppatasi nella regione è quella della ceramica pestana. Questa, tra il 360 ed il 330 a.C., si specializza nella realizzazione di scene teatrali di genere comico o tragico, preziosa fonte di informazioni sul tema, che si distinguono per una grande espressività unita alla semplicità della composizione. La forma ceramica che maggiormente la rappresenta è il cratere. Protagonisti nella realizzazione di questi prodotti sono Assteas e Python, unici ceramisti in ambiente italiota ad apporre la firma sulle loro creazioni, nonché il Pittore di Afrodite.
Accanto alla ceramica figurata è presente nel territorio magno - greco, tra la fine del V ed il II sec. a.C., anche una intensa produzione seriale, pur non meno prestigiosa, che è quella della ceramica a vernice nera. Distinta dal corpo interamente verniciato (ad imitazione delle ceramiche attiche di tipo simile che circolavano in Italia meridionale sin dal periodo arcaico) e da una raffinata decorazione ad impressione, ottenuta mediante stampini, si esprime in innumerevoli forme, che spaziano dalle oinochoai alle kylikes alle ciotole, includendo tipi particolari quali le lekythoi ed i gutti. Anche in questo caso la Campania, attraverso le officine di Napoli e Capua, conferisce al prodotto il proprio, singolare tratto distintivo.
Civiltà romana
In età romana, accanto ad una vasta produzione di ceramica comune, da mensa e da cucina dalle più svariate forme, prodotta in serie e di larghissima uso, nella seconda metà del I sec. a.C. inizia a diffondersi in Italia un nuovo tipo di vasellame da mensa a vernice rossa, in alcuni casi decorata a rilievo tramite matrici, la “terra sigillata”, il cui centro più importante diventa Arezzo. Dall’inizio del I sec. d.C. Arezzo lascia spazio a nuove produzioni di questo tipo di ceramica in Italia settentrionale ed in Gallia, e in tutto l’impero romano si utilizzano le varie classi di sigillata, tra cui, soprattutto, la tardo italica (dalla seconda meta del I sec. d.C. all’età degli Antonini), e la gallica (dalla fine del I sec. a.C. fino al III sec. d.C.). Nel IV sec. d.C. la produzione di sigillata viene meno a vantaggio di una ceramica comune ad argilla grigia, di derivazione gallica.
Periodo tardo antico
In età tardo antica ed alto medioevale si produce con continuità di forme ceramica di uso comune con semplici decorazioni lineari a “bande rosse” ed, accanto ad essa, la ceramica e la terracotta invetriata, con una tecnica di origine egizia, utilizzata in età ellenistica nei centri più attivi quali Alessandria e Naukratis, e poi adottata dai Romani, è particolarmente diffusa a partire dall’epoca medievale in varie tipologie e forme chiuse ed aperte. L’uso di rivestire oggetti con vernici vetrose, le cosiddette invetriature, ha origini molto lontane. I tipi di rivestimenti si distinguono, in base alla loro composizione chimica, in invetriature alcaline ed a vernice piombifera. Il rivestimento ad invetriatura alcalina ha per componente fondamentale gli alcali presenti in un impasto a prevalente contenuto siliceo. Il rivestimento a vernice piombifera è ottenuto da un amalgama nel quale il piombo si mescola al biossido di silicio, permette di dare una completa impermeabilità all’oggetto, una maggiore presa dello stesso smalto, ed una grande lucentezza di toni.
A partire dal Trecento si diffonde ampiamente anche la ceramica ad ingobbio, già conosciuta nel III millennio a.C. in Anatolia ed in Mesopotamia ma utilizzata anche in epoca classica, che si ottiene ricoprendo l’oggetto di uno strato bianco sul quale si applica la decorazione coperta da vetrina piombifera, prima della cottura.
Di origine medio - orientale (Egitto e Siria) è invece la maiolica, che appare dal X sec. d.C. in area islamica e a partire dal Duecento in ambito europeo, specie in Sicilia e Spagna ed in seguito soprattutto nell’Italia centrale: una produzione, ad imitazione delle ceramiche cinesi, realizzata coprendo il vaso, decorato con vivaci colori, con uno smalto opaco, dapprima ottenuto con vetrina piombifera e poi stagnifera.
Ulteriori informazioni
Dati tematisma
Bibliografia: EAA, II, 1959, pp. 479-504, s.v. Ceramica, Caffarello 1971, pp. 91-112, s.v. Ceramica; Cuomo di Caprio 1985; Enciclopedia dell’Antichità Classica, pp. 255-259, s.v. Ceramica; Ceramiche 1996, pp. 23-28, 43-47 e 49-57; Fuga 2004, pp. 212-214, s.v. Terracotta, e pp. 238-245, s.v. Decorazione dipinta.